Droni e app contro il coronavirus: il governo ci può controllare?

Cosa troverai in questo articolo?

Lo Stato può tracciare i nostri spostamenti e rendere pubblici i dati dei malati per evitare contagi? ne parliamo in questo articolo.
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Contenuti dell'articolo

Si sta parlando moltissimo, in questi giorni, circa la possibilità di perseguire la “via coreana” di gestione dell’epidemia.

Di dubbi e teorie ne stiamo leggendo tantissime, tanto da esserne storditi.

Ecco perché abbiamo deciso di fare due cose:

  1. Chiederci, legalmente parlando, che poteri e quali limiti incontra il governo nel controllare noi o i nostri spostamenti;
  2. Chiederci, tecnicamente parlando, quali sarebbero le soluzioni possibili per contenere il contagio.

Abbiamo quindi deciso di lasciar perdere le teorie, e andare a cercare le fonti più autorevoli per ricostruire le possibilità legali (e tecniche) del Governo.

Per prima cosa, cerchiamo dii definire cosa intendiamo per “via coreana” di gestione dell’epidemia

La via coreana di gestione dell’epidemia

Se la Corea sta riuscendo a contenere la pandemia, è grazie a due principali motivazioni:

  • L’individuazione tempestiva dei soggetti positivi grazie a esami a tappeto
  • La piena ricostruzione degli spostamenti di questi soggetti.

Come riportato sa Reuters, il governo coreano, fin dal 2015, ha avviato un processo di riforma che lo ha portato ad avere il controllo di un’enorme quantità di dati da parte dello Stato.

Dati come filmati CCTV, dati di tracciamento GPS da telefoni e automobili, transazioni con carta di credito, informazioni sull’immigrazione e altri dettagli personali di persone che potrebbero aver contratto, ad esempio, un virus. Le autorità possono inoltre rendere pubbliche alcune di queste informazioni, in modo da permettere un maggiore controllo da parte dei cittadini.

Grazie a questo database sono state create diverse applicazioni per smartphone utilizzate dal popolo coreano e dal governo per gestire al meglio il coronavirus.

Grazie alla app Corona100m è possibile vedere:

  • La data in cui un paziente è risultato positivo al virus
  • La sua nazionalità e il sesso
  • I luoghi visitati dallo stesso
  • Se nelle vicinanze dell’utente che accede all’app sono presenti altre persone affette dal virus

Esiste poi un’altra app, Corona Map, che permette di individuare zone potenzialmente infettanti.

Questo tipo di gestione porta dei chiari benefici.

Innanzitutto, la possibilità di ricostruire gli spostamenti dei soggetti positivi (e di tutti gli altri) permette di individuare più facilmente i probabili positivi.

A questo si aggiunge l’enorme numero di tamponi effettuati, pratica che ha permesso una più pronta individuazione dei soggetti positivi.

Quindi, riassumendo, quando parliamo di “modello coreano” intendiamo un modello che si basa su:

  • Un’enorme quantità di tamponi mirati per poter individuare i soggetti positivi
  • Un tracciamento praticamente totale dei singoli cittadini

Adesso che ci siamo chiariti sulle modalità in cui la Corea sta gestendo l’epidemia possiamo chiederci se l’Italia potrebbe mettere in atto questa o una via simile.

I limiti legali per l’Italia alla via coreana

Ti stai chiedendo se l’Italia potrebbe, nel prossimo decreto, stabilire un modello identico a quello coreano? La risposta è no.

Ci sono dei limiti chiari impartiti dalla Costituzione e le leggi sulla privacy che renderebbero impossibile un controllo indiscriminato dei movimenti di ogni cittadino – dati che, oltretutto, vengono resi pubblici – da utilizzare in varie forme, tra cui la gestione dell’epidemia.

Questo significa che l’Italia non può in alcun modo utilizzare i dati per gestire vari aspetti dell’epidemia?

Anche qui la risposta è no.

Vediamo quindi cosa potrebbe fare l’Italia da subito e che cosa sarebbe ipotizzabile fare in deroga ad alcuni principi.

Cosa può fare il governo (e le Regioni) fin da subito

Gestire dati anonimi.

 Le limitazioni e le criticità derivano dall’ipotesi di gestire un’enorme massa di dati personali.

Un dato personale è, per definizione, un dato dal quale si può risalire ad una persona precisa.

Ecco perché la gestione di dati anonimi – cioè che non permettono di risalire ad una persona precisa – non è in alcun modo un problema legale.

Su questo sono tutti concordi, dal Comitato Europeo per la Protezione dei Dati al Garante.

Su questa linea si è già messa a lavoro la Regione Lombardia che attraverso i dati forniti dagli operatori telefonici monitora eventuali assembramenti di persone e spostamenti.

Il procedimento è molto semplice: ogni volta che ci spostiamo, il nostro cellulare si “attacca” alla cella più vicina per prendere il segnale. La compagnia può vedere quanti telefoni si registrano sotto una cella in un certo momento.

In questo modo è possibile identificare gli spostamenti di uno stesso telefono tra una cella e l’altra (si tratta di una distanza di circa 500 mt – 1km) e il numero di cellulari che si registrano contemporaneamente sotto una stessa cella.

Cosa può fare lo Stato (a certe condizioni)

E per i dati sensibili?

Potrebbe lo Stato tracciare i singoli cittadini? Condividere i nomi dei soggetti infetti? Insomma, percorrere una via più simile a quella coreana?

La risposta è…a certe condizioni.

La legge e la privacy, infatti, non sono pensati per ostacolare la risoluzione della pandemia o qualsiasi altra attività, al contrario, tutelano dei diritti e, se conosciute e studiate, danno l’opportunità di raggiungere ogni risultato non dimenticandosi degli diritti degli altri che vengono in gioco.

Il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati si è espresso con una dichiarazione adottata il 19 marzo in merito alle misure che i governi e gli organismi di tutta Europa stanno adottando per contenere e attenuare il COVID-19.

Di conseguenza il Garante italiano ha rilasciato delle dichiarazioni a chiarimento che contestualizzano nel panorama italiano le dichiarazioni di Comitato Europeo.

Analizziamo, quindi, le varie possibili soluzioni e limiti delle ipotesi.

Tracciamento dei contatti, app, big player e droni

In questo caso intendiamo l’uso dei dispositivi mobili dei cittadini per la mappatura e il tracciamento dei soggetti entrati in contatto con persone infette.

Per introdurre questa misura sarebbe necessario un atto legislativo o avente forza di legge che regolasse questo particolare trattamento.

In tale atto, sarebbe necessario:

  • Applicare il principio di proporzionalità e minimizzazione: ottenendo, quindi, il minor numero di dati possibile per raggiungere lo scopo e per il minor tempo possibile (e comunque non oltre la fine dell’emergenza)
  • La raccolta dei dati dovrebbe avvenire nel modo meno invasivo possibile
  • La legislazione dovrebbe prestare adeguate garanzie circa l’utilizzo dei dati

Quali sono le garanzie che lo stato dovrebbe prestare se decidesse di utilizzare il tracciamento dei dati personali per contenere il virus?

Le garanzie si riconducono ai rischi che si corrono derogando alla normalità e comprimendo dei diritti di libertà e riservatezza dei cittadini, come, ad esempio:

  • La garanzia di non cedere i dati raccolti a terzi
  • La garanzia di utilizzare sistemi sufficientemente sicuri per scongiurare il rischio di un furto di tali dati
  • La garanzia di un rispetto temporale di queste misure, senza quindi protrarle oltre lo stretto necessario
  • La garanzia di conservazione dei dati per un periodo ragionevole
  • La garanzia di utilizzare i dati ai soli fini dichiarati

Insomma, per dirla in due parole, la garanzia di non diventare un “Grande Fratello”.

E se si decidesse di coinvolgere Google e Facebook?

Tutto dipende dal ruolo che avrebbero questi soggetti, se entro dei limiti prefissati con un registra pubblico non si può escludere a priori un loro coinvolgimento che potrebbe senza dubbio essere utile, così come detto dal Garante in questa intervista.

E sulla realizzazione di un app simile a Corona 100?

Anche qui valgono le stesse cose dette per il tracciamento dei dati in generale. Non è importante, infatti, la modalità con cui i dati vengono raccolti e gestiti, certo però è che nel momento in cui i dati vengono resi pubblici ancora maggiori dovranno essere le garanzie per evitare abusi nell’utilizzo di tali informazioni.

E sull’utilizzo dei droni?

Qui il problema si sposta su un piano legislativo ulteriore. I droni, infatti, sono una tecnologia che non ha ancora una normativa abbastanza organica per poter rispondere con certezza.

Quello che è certo, però, è che dovranno essere comunque garantiti i principi già detti per le altre soluzioni: la minimizzazione e la proporzionalità.

In pratica, un conto è se il drone ha la funzione di individuare assembramenti di persone senza che esse siano riconoscibili pe permettere alle forze dell’ordine di intervenire (e, comunque, anche in questo caso si dovrà capire a che altezza dovrebbero volare e fare un’analisi sui rischi correlati), tutta un’altra storia sarebbe permettere a questi stessi dispositivi di osservare la vita quotidiana delle persone, una misura che, probabilmente, non potrebbe essere proporzionale al momento che stiamo vivendo.

Cosa il Governo (o altre Istituzioni) non può fare

Gestire i dati nello stesso modo della Corea o della Cina a tempo indeterminato.

L’Italia è e rimane uno stato democratico dove viene data una grande rilevanza alle libertà individuali, libertà che possono essere temporaneamente compresse per ragioni di necessità pubblica ma mai del tutto soppresse, o esageratamente ristrette.

Ecco, questa è una panoramica delle strade percorribili per una gestione “digitale” dell’epidemia.

Prima di chiudere questo articolo, mi prendo un momento per sottolineare un concetto estremamente importante per me e per tutta Futuria.

A prescindere da cosa pensiamo delle scelte governative e della gestione di questa emergenza, al netto di ogni ragionevole o irragionevole polemica e critica, crediamo che sia davvero importante in questo momento attenersi rigidamente alle istruzioni che le Istituzioni stanno dando per scongiurare l’epidemia.

In generale, crediamo che le regole e le leggi debbano essere viste non come ostacoli, ma come strumenti che devono essere conosciuti e studiati approfonditamente per permetterci di esercitare la nostra libertà nel rispetto delle regole che, in fondo, stanno tutelando la libertà di qualcun altro.

#iorestoacasa non deve essere solo un hastag, ma un impegno di serietà nei confronti di noi stessi e di tutti gli altri cittadini.

Con questo, ovviamente, non possiamo rimanere indifferenti davanti alla voglia di tornare a camminare liberi per strada, alla preoccupazione per i nostri cari, alle difficoltà che sta affrontando il sistema sanitario, alla recessione che ci si para innanzi come un minaccioso muro d’acqua pronto a riversarsi sulle rive del nostro Paese.

Per questo invitiamo ogni lettore di questo articolo a trovare vie innovative e maggiormente digitali per far ripartire la propria attività o per investire in qualcosa di nuovo, sempre nel serio e impegnato rispetto dei dettami pubblici, senza lasciarsi prendere dal panico o credendo a dubbie fonti ma, al contrario, andando a ricercare l’origine dei decreti e attenersi a quelli, senza troppe interpretazioni.

Se vuoi far ripartire il tuo business o preparare un grande piano di ripartenza o, perché no, lanciarne uno nuovo o maggiormente digitalizzato, raccontacelo nel form qui sotto, ci piacciono le persone che non si arrendono e hanno nuove idee!

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