I limiti (e le possibilità) del codice deontologico al marketing legale

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Se un avvocato italiano vuole fare marketing ha dei limiti in più, rispetto ad ogni altra categoria.

Il codice deontologico, infatti, dedica almeno due norme all’informazione che l’avvocato po’ fare della sua attività.

Il vero problema, però, non è tanto ciò che gli articoli dicono, il limite più grande che queste regole generano sono legate all’incomprensione.

Da una parte fare marketing e gli strumenti legati a questo modo sono complessi e per i professionisti scegliere una via “fai da te” è quasi sempre una via che porta solo alla perdita di denaro.

Dall’altra parte ci sono i professionisti di marketing che quegli strumenti li conoscono bene, ma non conoscono altrettanto bene i limiti e le sfumature della professione.

In questo modo anche quando un avvocato prova ad affidarsi ad un’agenzia, difficilmente riusciranno a capirsi sui limiti come il divieto di comparazione o sulle necessita di un crm, che deve prevedere tutte le mille inefficienze del sistema giustizia.

La generalità delle disposizioni, poi, apre tutta una serie di problemi interpretativi, aggravati dal non conoscenza, legittima, degli strumenti a disposizione per poter fare marketing.

In questo articolo analizziamo le norme del codice deontologico alla luce degli strumenti di marketing con l’intento di capire sì i limiti ma soprattutto le possibilità che che il codice da agli avvocati per poter fare attività di marketing.

Cosa è consentito

L’informazione sull’attività dello studio

L’art 17 del codice deontologico consente, in modo esplicito, che l’avvocato dia informazioni sulla propria attività professionale, sull’organizzazione e struttura dello studio, su eventuali specializzazioni e titoli scientifici e professionali posseduti.

Sulla definizione di “specializzazioni c’è da fare un appunto: tecnicamente per essere specializzati è necessario aver seguito un percorso specifico così come previsto dal regolamento approvato dal Consiglio si Stato, tuttavia nessuno vieta di dichiarare quale sia l’attività preponderante dello studio indicando, di fatto, la specializzazione del professionista o dello studio rimanendo deontologicamente corretti.

L’utilizzo di qualunque mezzo per le proprie informazioni

Che sia un social network, la radio, google o la televisione il codice ne consente l’utilizzo, il vero punto è il contenuto, che deve rispettare certi criteri (ma di questo ne parliamo più avanti).

L’apertura all’utilizzo di qualunque mezzo ti da la possibilità di scegliere i luoghi migliori dove farti conoscere e promuovere.

La professione, infatti, non è tutta uguale, e ogni tipologia di professionista deve saper combinare le piattaforme più efficaci per la sua specifica attività.

Facciamo qualche esempio.

Mettiamo che il tuo studio si occupi di diritto di famiglia. Nell’ambito di questo ramo del diritto, di focalizzi sui divorzi, in particolare sui diritti dei padri separati.

Sai che è più facile intercettare i tuoi clienti target (padri separati) su Facebook, dove puoi identificare i padri, che aspettare in silenzio che qualche padre si occupi di te.

Decidi quindi di fare una campagna per far scoprire la tua attività.

Fin qui nessun problema con il codice deontologico.

Il contenuto degli annunci, cosa si può fare?

Il vero punto è cosa scrivi in quegli annunci pubblicitari.

L’importante, infatti, è che le tue compagne rispettino i principi della trasparenza, della correttezza, non siano equivoche, non promettano cose irraggiungibili o, peggio ancora, false.

Inoltre, è importante che tu non sia mai denigratorio verso i tuoi colleghi e non faccia, quindi, comparazioni.

Al contrario, potrai dare informazioni sul tuo studio, su come la formazione costante e l’attenzione verso quella specifica categoria è applicata.

Ben potrà, infatti, un avvocato parlare dei diritti dei padri separati – pur mantenendo i riferimenti ai limiti dell’obbligazione professionale – magari in un blog, commentando e spiegando quella tal sentenza o contestualizzare un orientamento giurisprudenziale.

Cosa non è consentito

Tutto ciò che il codice vieta si riversa essenzialmente sul modo di fare informazione, e non sul marketing in sé.

Gli strumenti, come dicevamo, sono tutti consentiti, si tratta solo di scegliere quello giusto per la tua specifica attività (se lavori principalmente con aziende e professionisti, ad esempio, Linkedin potrebbe essere uno strumento più utile rispetto a Facebook, se ti occupi di diritto d’immagine o proprietà intellettuale dei fotografi allora magari potresti valutare Instagram e così via…).

Vediamo, quindi, cosa non possono avere i tuoi contenuti di marketing (che sia una pubblicità, il tuo sito o una brochure)

Informazioni comparative

Non si può denigrare o fare il paragone con un collega.

Questo sembra uno dei più limitanti divieti imposti dal codice. Magari non per la parte denigratoria, dopotutto non avrebbe senso denigrare un collega per conquistare nuovi clienti, ma la parte comparativa, al contrario, potrebbe essere utile…

Nei tuoi contenuti di marketing, quindi, non potrai dire “gli altri…” “mentre io…” . Pensi che questo possa fermarti da un buon marketing?

Secondo me no, dopotutto, perché dovrebbe spaventarti non confrontarti con altri? Se sei un professionista valido le persone lo capiscono, non c’è bisogno di dire che sei migliore di qualcun altro.

Inganni

Indovina un po’? Niente dichiarazioni false, promesse fasulle, prospettazione di risultati garantiti quando non esistono.

Certo, se si potesse fare magari all’inizio sarebbe più facile raccogliere più contatti che credono alle tue false promesse ma…cosa succederebbe alla tua reputazione nel tempo?

Citare (non) colleghi

Niente messa in mezzo di nomi di avvocati famosi o rispettati che non fanno parte del tuo studio. Anche questo mi sembra un limite ragionevole, non trovi?

Senza considerare che, se anche il codice non disponesse questo, saresti comunque in torto facendo una cosa del genere, non ti pare?

Citare i propri clienti

Questa è, in effetti, la limitazione più “antipatica” data dal codice.

Non poter citare i propri clienti equivale a non poter condividere testimonianze…o almeno così potrebbe sembrare.

Se è vero che è sconsigliabile condividere lettere di referenze o testimonianze sul proprio sito internet (posto che, rendendole non direttamente riconducibili al proprio cliente e quindi senza la condivisione dei suoi dati sensibili è del tutto legittimo), il codice non vieta la creazione di un profilo social in cui i propri follower possano commentare, lasciare recensioni eccetera.

In conclusione

Il codice di per sé non vieta agli avvocati una presenza su internet né vieta agli avvocati di fare pubblicità, divulgare le proprie competenze o acquisire clienti con attività di marketing nuovi clienti.

Farsi conoscere è sempre stato fondamentale, con l’avvento di internet e la digitalizzazione “farsi conoscere” coincide con una salda e strategica presenza online.

Certo, una strategia salda e utile non si improvvisa, molte sono le domande – legittime – che vengono in mente:

Come decidere quali strumenti sono più giusti per il mio caso concreto?

Devo per forza fare un video al giorno?

Mi serve un blog?

Il mio lavoro è troppo tecnico per raccontarlo alle persone, non gli interesserebbe.

Come scelgo il social giusto da usare?

Cosa dovrebbe dire il mio sito?

Hai una domanda diversa? Commenta questo articolo o inviala per email, leggo personalmente ogni email e rispondo sempre.

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